Io e la mia casa (Blade Runner 2049)



Esiste la tecnica e lo stile, due elementi indipendenti, non necessariamente compatibili. La prima la impari, spesso dopo enormi sacrifici, studi e perfezionamenti, il secondo non si conquista, o ce l'hai o niente da fare, nessuno studio sarà in grado di donarti un timbro tutto tuo. Denis Villeneuve fortunatamente ha entrambe le cose, e non ha paura di confrontarsi col mito, ovvero quel Blade Runner consegnato da Ridley Scott alla storia nel 1982. Presentare un sequel di quella pietra miliare della fantascienza, 35 anni dopo, suonava come un'impresa folle, ma non totalmente incomprensibile alla luce della feroce moda della riproposizione tanto in voga negli states. Sorvolando sui motivi di questi recuperi storici o saccheggiamenti vari, il caso di Blade Runner 2049 è particolarmente delicato, riguardando materiale di riferimento profondamente radicato nel suo tempo. Anche se la pellicola originale amoreggiava con le coordinate del noir, si trattava indubbiamente di un prodotto figlio degli anni ottanta, aggiornarlo alla nostra epoca ti espone a una lunga serie di vulnerabilità.




Forse l'elemento più bello una volta seduti al cinema è il compiacimento di un'aspettativa appagata. Quello che ti aspetti a livello di impatto è quello che vedi: ci sono i riferimenti, le citazioni più o meno sfacciate (perché altrimenti non sarebbe Blade Runner), ma c'è anche l'attualizzazione e l'omologazione verso nuove regole e parametri. Un lavoro tecnicamente immenso. La fascinazione sci-fi un po' retro' è completamente sparita - ricordiamo che la storia è ambientata 30 anni dopo - i colori sono desaturati, le contaminazioni culturali ed etniche guardano verso occidente, piove meno e si sbircia anche fuori dalla metropoli, scoprendo un mondo ostile "che a tutti quanti paura fa". Ma ci sono anche nuove idee (non del tutto originalissime, ciao Spike Jonze!), la capacità di deviare (non osare) raccontando una storia dagli occhi di Villeneuve. E il regista canadese si prende tutto il tempo che vuole, nella fattispecie 163 minuti che si fanno decisamente sentire, laddove i 116 della director's cut originale ti lasciavano col desiderio di volerne ancora. Noioso? No, non per un fan. Impegnativo? Quello abbastanza, per tutti. Non faccio il regista, né lo sceneggiatore, quindi non mi dilungherò nel cercare i motivi per cui puoi sintetizzare una sequenza senza comprometterne il senso, ma l'esagerata dilatazione della pellicola desta qualche perplessità di troppo. Non è ipotesi che il maxi minutaggio sia pilotato più da esigenze commerciali prima di quelle artistiche del prodotto, e il film oscilla pericolosamente tra la lungaggine d'autore (necessaria?) e attributi da kolossal, a tutti i costi. Insomma, poteva durare molto meno e non aiuta la moda di riprendere il bravo, inespressivo Ryan Gosling da tutte le inquadrature possibili, espandendo all'inverosimile l'esecuzione della battuta, ammesso sia prevista. Chi ha visto Solo Dio perdona di Nicolas Winding Refn può già farsi un'idea di cosa lo aspetta.



Ma insomma, com'è Blade Runner 2049? Disincantato, elegante, molto algido, compiaciuto ma rispettoso, inclusa la colonna sonora, che fa "il compitino" sfoggiando un encomiabile lavoro di sound design totalmente coerente con l'impianto gelido, e adeguatamente tributario, ma i Vangelis erano prima di tutto magia analogica. Il tema portante è sempre quello della ricerca dell'identità, tremendamente attuale devo riconoscere, che offre al regista ghiotte e geniali occasioni che vi esporrò più avanti. Il calderone tecnologico deve pagare il necessario pegno a scapito della coerenza, alterna ologrammi 3D con monitor a tubi catodici che mostreranno fianco alle critiche più disparate, ma introduce anche elementi nuovi di tutto rispetto, qualcuno parecchio ingegnoso. Ford svogliato e dissociato come non mai, al limite dell'infastidito, ma per fortuna entra in scena a pellicola molto avanzata e non lascia molto. Gosling non ha paura di sostenere il film, facendo spallucce al pesante storico, e questo l'ho molto apprezzato.


Sono arrivato ai titoli di coda soddisfatto ma non freschissimo, ponendomi le inevitabili domande sul plot, un po' convulso ma che "ci sta", e rimanendo molto affascinato, ironicamente, proprio da quegli innesti più personali, come il rapporto tra il protagonista e Joi, un'intelligenza artificiale "casalinga", ritratto adorabile di due emarginati che sembra il compimento ideale dell'alienazione tecnologica moderna: se non trovi l'anima gemella, potresti accoppiarti con la tua casa, e anche portartela a giro. Ovviamente sono tornato a riguardarmi l'originale, versione con la voce off di Deckard che mi piace tanto, arrivando ai crediti con spirito molto diverso. Il tutto per arrivare alla conclusione più ovvia di sempre: Blade Runner 2049 non regge il confronto con l'originale, e va benissimo così. Un diamante opaco che forse non lascerà il segno, emblema emblematico dell'inconsistenza dei nostri tempi, caratterizzati da risorse infinite e così poco coraggio. Ma una visione la merita eccome. Vediamo come si comporterà con la prova del tempo.

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