Paese che Wai... casa che ritrovi


Cinema avventuroso, non di avventura, che espande i limiti geografici per cercare nuovi stimoli. Non è certo la prima volta nella storia del cinema, ma nessuno si è spinto così lontano come Wong Kar-wai nel suo Happy Together, pellicola del 1997 che vi invito caldamente a riscoprire. E no, di felicità qui dentro ce n'è ben poca.



Se vi aspettate di ascoltare l'omonimo brano dei Turtles a stecca dovrete aspettare l'ultima scena, sorprendentemente anche la più positiva e solare. O forse no, perché WKW parla dell'importanza del ritrovarsi ancora prima di perdersi, sfruttando un pretesto, quello della storia di una coppia omosessuale, puramente strumentale. I due protagonisti, Lai Yiu-fai e Ho Po-wing (bravissimi gli attori), vivono una sofferta deriva sentimentale all'estero, lontanissimi da casa e soffocati non solo dalle reciproche diversità, ma anche un comprensibile senso di nostalgia e inadeguatezza in una terra dominata da Tango Bar, dancefloor latini e incomprensioni linguistiche (anche acquistare una pizza non è uno scherzo). C'è un simbolo ricorrente, una sorta di meta proibita rappresentata delle cascate di Iguazu, davvero azzeccato da parte del regista, in quanto luogo tristemente noto di suicidi. Il buco nero generato dalle impetuose acque viene ripreso continuamente, a velocità rallentata, con accompagnamenti musicali con in grado di sconvolgere le percezioni. La colonna sonora è infatti un altro grande pregio della pellicola, non essendo semplicemente legata per ragioni folcloristiche a sezioni di tango argentino, ma contribuendo a creare un vero mondo parallelo, o un interminabile sogno.



Torniamo un secondo indietro. C'è una coppia, dicevamo. Vanno in vacanza in Argentina proprio con il pretesto di vedere la cascata, raffigurata sulla loro lampada preferita, altro feticcio ricorrente del film. Niente di male in fondo, ci si ritrova lontani da casa per motivi anche più superficiali, ma questa è una coppia peculiare e la vacanza si trasforma in un forzato ritiro. Le coordinate si perdono e neanche lo spettatore riesce più a inquadrare il limite tra viaggio ed esilio. L'effetto scenico è enormemente aiutato dalla strepitosa fotografia di Christopher Doyle. Tra tradimenti, gelosie e una serie di guai abbastanza pretestuosi, i due si lasciano e si riprendono come un elastico impazzito.


Spoiler: alla cascata ci arriverà solo uno, per scoprire che forse quella fossa verso l'infinito non è poi così affascinante se guardata da soli, e che la vera formula di un viaggio felice è quella di avere una casa dove poter tornare. Tra il banale e l'illuminante. A insegnarlo al protagonista è un collega di lavoro, con il quale stringe un'amicizia profonda e per il quale forse prova qualcosa. Questo terzo incomodo, bizzarro personaggio che recupera le coordinate di altre pellicole di WKW, rappresenta la nostalgia verso casa, luogo di affetti lasciati e regolamenti di conti. Per questo motivo Lai Yiu-fai decide di interrompere il lungo sogno e tornare da suo padre a Hong Kong per un confronto che non verrà svelato. Ed è questa l'ultima e più grande lezione di questo straordinario film: non è importante la meta, e neanche il viaggio, conta solo il ritorno.

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