Il mondo è ancora fermo


Immagino che l'immagine vi risulti familiare, è ottenuta dalla locandina di Tutti giù per terra, pellicola di Davide Ferrario uscita nel 1997 e basata sull'omonimo romanzo di Giuseppe Culicchia. Una recensione? No, o forse sì. Mentre ci penso, se non l'avete ancora fatto guardate comunque questo bellissimo film (ce ne fossero così oggi...), per il momento voglio concentrarmi sulle sinistre implicazioni sociali, e morali, indicate da quest'opera. L'acuta analisi del protagonista dalla parte di un'identità - la sua e quella di molti altri - scissa da qualsiasi tipo di meccanica castrante, trae forza dalla sua stessa natura. Tralasciando un attimo l'efficacia del manifesto del disagio giovanile, attualissimo ancora oggi, il vantaggio di vedere il delirante flusso del sistema dall'esterno, come una cellula impazzita che si crogiola leggermente di una tale privilegio, non è privo di aspetti alienanti ma senz'altro aiuta a decodificare l'intricato sistema della società moderna.


Un sistema che ci frega in tutti i modi, un "complotto" con l'obiettivo di rovinarci l'esistenza e al quale possiamo rispondere solo negandogli il nostro tempo, ricavandone quell'effimero senso di libertà che ci fa sentire diversi, fasullo poiché, come dice giustamente il padre di Mastandrea (nel film), servono i soldi anche per essere liberi. Ma torniamo indietro un secondo, anzi, prendiamo spunto dall'inizio della pellicola. La voce fuori campo esclama: "Eclisse di sole, il mondo si ferma [...] il mondo ha ricominciato a girare. Che palle". In realtà Walter dovrebbe esultare. Sono passati 21 anni e il mondo è ancora fermo, eclissato. Ci sono ancora giovani in cerca di lavoro, cellule impazzite costrette loro malgrado a osservare il flusso, bisognose di quell'esperienza che nessuno è più disposto a offrire. C'è un divario netto e incolmabile tra le possibilità di chi è raccomandato e chi non conosce nessuno, tra i figli degli operai, i figli dei bottegai, i figli di chi è qualcuno e di chi non lo sarà mai (ciao Giovanni!). Rispetto al 1997 però perdiamo una colonna sonora in grado di rappresentare una generazione (CCCP), costringendola a una triste necrofagia musicale, e guadagniamo una cupa discesa verso il neobarbarismo della disperazione. Che cazzo di animali in questi giorni miei.

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