Ribelli in gabbia



Un articolo innovativo e visionario che vi esorta a guardare Dr House - Medical Division, scommetto che proprio non ve lo aspettavate nella Darish Zone. Però parliamo di una serie che mi piace e che in questa pagina sentirete parlare solo bene, è già qualcosa di inedito, e che potete vedere o rivedere in piena tranquillità su Amazon Prime Video e Netflix. Trasmessa con risultati alterni tra il 2004 e il 2012, ha vissuto otto stagioni tutto sommato molto intense, con naturale nostalgia verso le prime, che storicamente e geneticamente sono sempre le meglio riuscite. Sapete cosa? Voglio far finta che esista qualcuno che ancora non sa chi è Gregory House. Un geniale medico fuori dagli schemi, un ospedale turbolento e una moltitudine di casi, uno per puntata, da risolvere in assetto variabile con drammi personali e una discreta coralità di cast. Cose già viste mille volte in tante serie ospedaliere, ma qui c'è House, forse uno dei migliori personaggi concepiti in un'opera televisiva da... sempre. Chissà cosa frullava nella testa di David Shore nei vari brainstorming che hanno portato alla sua creazione, in ogni caso che sia benedetto.


Gregory House, dicevamo. Misantropo, misogino (di protesta?), drogato, puttaniere, zoppo e molto indisponente, il nefrologo riesce sistematicamente a far saltare i nervi a chiunque gli capiti a tiro, escluso il suo staff personale, che è costretto a sopportarlo. Perché non lo cacciano? Perché risolve tutti i casi. C'è tanto giallo in House MD, talmente tanto che il personaggio è associabile a una sorta di Sherlock Holmes della medicina - l'iniziale del cognome non è un caso - parentela rinforzata dall'amicizia più che morbosa tra Gregory e l'oncologo James Wilson, che anche in questo caso condivide l'iniziale con l'altrettanto famoso Watson. Ci siamo? Bene, la differenza è che sono i pazienti, e le loro misteriose malattie, i casi da risolvere. E bisogna ammettere che i tapini rappresentano anche una bella fetta dell'opera, con le loro manifestazioni indecifrabili, le indicibili sofferenze e una certa diffusa ostilità, che non ci sta male. È per questo che, almeno nelle prime stagioni, House non vuole visitarli direttamente, evitando di farsi vedere fisicamente e avvalendosi della succitata equipe, tranquillamente intercambiabile, ma che abbiamo imparato ad amare a livello complementare al protagonista. Tra questi devo dire notevoli e immancabili le strumentali "belle presenze" femminili, definibili più volgarmente gnocche ad alto quoziente intellettivo, almeno una per stagione, che rappresentano materiale d'elezione del dr genio. Che antepone strategicamente e forse con un certo compiacimento i più deprecabili cliché maschili per testare le sue assistenti. D'altronde la sua tipica provocazione è già decisamente efficace: per quale motivo una donna attraente, che può ottenere con la bellezza ciò che vuole, dovrebbe perdere tempo e fatica ad affermarsi con la propria abilità?




Forse mai prima un personaggio era riuscito a dare un'impronta così decisa a una serie, tanto da renderla veramente unica in un panorama inflazionato, ma era raro anche un tale livello di simbiosi con l'attore che lo interpreta, uno Hugh Laurie incredibile a dir poco, capace di raggiungere nuove altezze nel concetto di interpretazione. Vi pare possibile immaginare House con un volto diverso dal suo? Per l'intera serie è riuscito a stuzzicare la curiosità dello spettatore nel capire "se c'è o ci fa" nel tentativo non sempre efficace, di chi guarda, di trovare una giusta dose di valori morali dietro quella muraglia di cinismo, sana cattiveria e dissolutezza iconoclastica. Perché combattere questa cosa e non ammettere che, in fondo, c'è dell'House nel profondo di ognuno di noi? Le cause della sua condizione sono ben spiegate nel corso della serie, nello specifico in uno dei suoi migliori episodi: Three Stories. Errori di una vita spregiudicata e la sfortuna lo hanno portato all'invalidità e la solitudine sentimentale, con una gamba malata sempre pronta a ricordarglielo, e una pesante schiavitù agli oppiacei per contenere il dolore fisico. Le capsule di Vicodin diventano una sorta di feticcio mistico ricorrente, benzina psicotropa necessaria anche alle intricate analisi mediche, che misurano la caduta nell'oblio del personaggio. Ecco che quindi i suoi lati più sgradevoli, spigolosi e ribelli assurgono quasi a catarsi simbolica dove è difficile non riflettersi, specie nei vari scontri con la direttrice dell'ospedale, che è sostanzialmente l'unica che riesce a configurarsi con la sua logica contorta, insieme all'immancabile Wilson. House riesce a darci inconsciamente una via d'uscita a un sistema assassino. Una delle scene più incisive della serie è proprio quella dove il dottore si tuffa in una piscina gettandosi da un balcone, esatto, proprio il balconing, facendo inizialmente trasparire tendenze suicide ma soffocando il gesto con un liberatorio "cannonball!" urlato a squarciagola. Il tutto entrando in un provvisorio collegamento con la gioventù circostante che, citando direttamente, ha "i conti pagati dai genitori e tutta la vita davanti". In sottofondo un brano di Peter Gabriel che canta "il mio corpo è una gabbia, ma la mia mente ha la chiave".




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